Lettera di protesta a La Stampa – 1 luglio 2019

La seguente lettera è stata inviata al quotidiano La Stampa a seguito dell’articolo di Sandro Cappelletto pubblicato il 1° luglio 2019:

Gentile Direttore,
siamo due musicologhe che si stanno occupando di diseguaglianza di genere ed etnica nelle stagioni concertistiche italiane (dati disponibili sul sito www.curatingdiversity.org). Abbiamo letto l’articolo di Sandro Cappelletto “Le concertiste sexy mettono la minigonna e la musica classica scala le classifiche”, pubblicato il 1° luglio, in cui l’autore descrive le mise scelte da sette musiciste di fama internazionale. 

Sarebbe un superficiale articolo di costume da archiviare e dimenticare, se non fosse che Cappelletto commenta spacchi a tutta coscia, trucco più che accennato, corpetti che fanno risaltare il seno (sue espressioni) con un fare a metà tra un ammiccante commento goliardico e uno sguardo lubrico. Cappelletto offre così un esempio perfetto di “sguardo maschile” come teorizzato dalla critica cinematografica Laura Mulvey: donne guardate come oggetti sessuali per il piacere di un ipotetico maschio eterosessuale. E così la performer non è libera di scegliere come più si sente a suo agio per calcare la scena. No. Le sue scelte servono ad attrarre spettatori “dai sensi un po’ assopiti,” che vengono recepiti e descritti in modo porno-soft: “in quell’impermeabile azzurro bagnato come i suoi lunghi capelli neri, lungo i docks di qualche piovosa città del nord Europa mentre sullo sfondo sfuocato, distingui il suo pianoforte a gran coda”.

Certo, l’articolo di Cappelletto solleva problemi che sono reali e che ci stanno a cuore: la minoranza femminile nelle orchestre o il fatto che tradizionalmente le mise da concerto delle donne le lasciano più scoperte degli uomini. Questo aspetto dell’industria della moda, che non va demonizzato, va però giustamente affrontato. Quello che però non si può accettare è che un uomo critichi aspramente professioniste – che quando creano una immagine pubblica hanno a che fare con costumisti, agenti e contatti con case discografiche, ecc. – e non il sistema che sistematicamente chiede alle donne di spogliarsi e di essere sempre belle, fresche, attraenti, sexy (ma come ci ricorda Cappelletto, non troppo sexy!). Visto che l’articolo è decritto come “inchiesta”, perché non fare una reale inchiesta giornalistica su come le musiciste sono trattate diversamente dai loro colleghi maschi per quanto riguarda l’immagine? Forse non lo si fa perché in quel caso l’articolo diventerebbe davvero femminista, criticando il sistema invece che le donne.

Le conclusioni (se così si possono chiamare, vista la struttura sconclusionata delle argomentazioni) richiamano le donne all’ordine. Più camicie accollate e reggiseni (ma davvero?) per andare a fare le “lotte vere”. Beh, secondo noi tra le lotte vere c’è anche la necessità di non permettere più a uomini come Cappelletto di pubblicare articoli del genere senza contraddittorio.

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